Sport
Una Nazionale chiamata Jannik
Quando l’azzurro vira all’arancione
di Armando Falcioni
Mi affaccio sul balcone e guardo la spiaggia. Un silenzio inusitato mi colpisce.Una coppia di anziani con la schiena curva si tengono teneramente per mano. Un ragazzo si fa trascinare dal suo cane al trotto che cerca un anfratto per i suoi rituali, uno di mezza età sbuffa sotto il sole cocente arrostendosi di corsa, bontà sua, con maglietta aderente da mercato, fascia para sudore e immancabili cuffiette. Poi poco altro. Niente palloni che schizzano a pelo d’acqua con esaltazioni annesse, niente grida vocianti di bambini ma solo , di esse, ritorni lontani. Bagnanti sparsi qua e là come le rare auto in transito e colpi di clacson sotto l’ombra delle palme.
Il lungomare piceno, bello e radioso, solitamente affollato il pomeriggio del dì di festa di mezza estate come una messa di Natale, registra, al mio controllo, questi rari ospiti.
Un senso di sorpresa mi pervaderebbe se non orecchio, dal canale finalmente in chiaro, gli echi della cerimonia che parte da quell’elegante quartiere di Londra che mantiene intatta quella tradizione, quell’attacamento al passato che rende fascinoso il mondo della non sempre perfida Albione.
Che sciocco che sono stato a non ripensare che i grandi assenti sulla spiaggia erano già incollati di fronte alla Tv per assistere alla finale attesa per sostenere il nostro ragazzone, forse sfavorito dal pronostico e da una presenza istituzionale ( sic!), tutta dalla parte avversa.
Ogni salotto è divenuto una curva , pardon, uno spalto familiare dove si emulava la compostezza del centrale di Wimbledon, così rigidamente elegante e compassato, dove imperano modernitàe conservazione, e come tali anche sui nostri divani, o sedie posticce, emergeva esaltazione ma mai tifo da stadio, silenzi sulla battuta ed applausi al punto vincente;di anatemi all’eterno rivale pochi e mai di dubbio gusto.
C’è da chiedersi perché una parte della nazione si sia fermata per sostenere questo ragazzone composto, che non sembra proprio lo stereotipo italico, che in casa parla tedesco e quando prova la lingua di Dante lo fa con pronuncia teutonica dimenticando talvolta l’articolo sul sostantivo, che non ha gli eccessi entusiasti del nostro prototipo nazionale, che accomuna talento con volontà, abnegazione, grande testa e chirurgica applicazione rispetto a talento, fantasia, genio e sregolatezza condite da imprecazioni e lanci di racchetta che tempo fa ci esaltavano di più.
Perché Sinner si fa amare per il suo modo di essere, per quel senso della misura che piaceva tanto ad Aristotele che ci ricordava che chi la applicava non doveva temere il suo destino, quella capigliatura scompaginata che l’hanno ancora più disfatta per festeggiarlo, quel rispetto per l’avversario, quel suo fraterno rapporto con lui, chiunque sia, quell’impaccio e quel noblesse oblige di fronte alla principessa, quell’educazione non comune, virtù che non sempre nello sport campeggiano ma che abbiamo imparato ad apprezzare chi ne ha da vendere.
Ecco perchè questi piccoli spalti casalinghi hanno esultato ma hanno cercato di stare dietro al garbo del nostro campione pel di carota anche se l’azzurro, domenica, ha virato, eccome, all’arancione, e non c’era alcuna nazionale a gareggiare.
Ed allora al diavolo pensare che quelle terre sotto al Brennero le sentiamo talvolta troppo asburgiche anche se ci costarono seicentomila morti oltre un secolo fa e se il tennis, spesso a sproposito, si ritiene esclusivo, roba da ricchi e per ricchi e lontano dall’essenza popolare.
Lo abbiamo scoperto italiano, quale è, perché vorremmo che i nostri figli siano come lui che non si darà agli eccessi festaioli di una vittoria epica, ma che corre ad abbracciare mamma e papà, che ricorda il senso di debito per chi lo ha tecnicamente formato e portato fino a quelle distese verdi, che rispetta, meglio di un diplomatico, la rigida etichetta del terzo tempo da diplomatico consumato.
Sarà stato anche vestito di bianco e non avrà avute le canotte azzurre di Tamberi e Jacobs, non avrà avuto i calzettoni con il tricolore della nazionale di calcio ma ci è bastato per saltellare tutti dal divano di casa, esperti e profani, sportivi e sedentari per attaccarci al nostro inarrivabile tesoro di tradizione, radici, cultura, senso di appartenenza e gridare domenica “Viva l’Italia”. Ma con grande compostezza. Come la sua.
