Sport
Dioniso contro Apollo. Il mito infranto di Italia-Germania 4-3
Impressioni di uno spettatore neutrale dopo Inter-Barcellona
di Armando Falcioni
Sono un nazionalista, lo confesso. Uno per cui la patria è un valore sacro. Non so, però, se il lessico politicamente corretto potrebbe passarlo. Allora, per la par condicio, dico pure che in campo calcistico sono inclusivo, termine che va, talvolta a sproposito, per la maggiore. Così faccio contenti tutti.
Ed inclusivo lo sono stato ieri, memore della saggezza paterna che mi ricordava che fuori dal suolo patrio ( ci ricasco) si parteggia per le squadre italiane. Io oltre l’amatissimo Ascoli non sono solleticato più di tanto, sono pure fortemente campanilista, se questa almeno può passare dalla imperante logica comune, ma quando sento l’odore di Italia non resisto.
Ed allora anche ieri ho parteggiato per la squadra italiana di turno, al diavolo quali colori indossasse, ed ho trepidato per quel flipper tattico che è stato Inter -Barcellona, quella sbornia totale che ha mandato all’aria marcature strette, palloni in tribuna, catenacci, assennatezze tattiche, calcoli matematici. Ho trepidato, ieri, per il trionfo di Dioniso, della follia collettiva, della vita(calcistica) vissuta intensamente, dell’attimo fuggente carpito fino allo sfinimento che a San Siro ha distrutto Apollo, il suo raziocinio, la sua logica, (calcistica), schematica e programmata tramite costruzioni mentali ordinate e che negano il caos.
E ieri, in quell’elogio della pazzia totale che ha tenuto in piedi anche agnostici del pallone, allettati, donne e bambini è caduto quel mito immarcescibile che per me, classe ’62, fu Italia Germania 4-3. La partita del secolo che, imberbe, seguii con il naso appiccicato ad uno schermo in bianco e nero di un vecchio Magnadyne, con l’antenna, quel lunghissimo ferro reclinabile, che andava a destra e manca per beccare meglio, in una notte d’estate del 1970 dove l’immagine andava e veniva, il segnale dal ripetitore di San Marco.
E’ vero che era il periodo che le partite andavano immaginate, che i giocatori parevano dei dell’Olimpo che si materializzavano sull’erba per poi dileguarsi tra le nuvole e non come adesso dove il realismo della triste modernità mortifica i sogni rendendo tutto troppo tangibile, credibile, scontato e concreto.
Ieri, invece, Inter Barcellona si è affiancata a quella partita inarrivabile che portò gli azzurri di Valcareggi nella finale mondiale di città del Messico. Quasi ne avesse svilito la figura iconica, la sua unicità, quasi come se adesso si replicasse, dopo oltre duemila anni il Colosseo, o qualcuno riproponesse, intatto, il fascino misterioso ed irrisolto della “Gioconda”.
Questo 4-3- ci riporta al senso della vita vissuta pienamente, che senza una sana e lucida follia anche nel calcio non ci sarebbe il genio e questa fredda terra (calcistica), genererebbe solo quegli 0-0 in serie, come la vita di un travet che timbra ogni giorno, rassegnato nel suo ufficio, in un ripetuto ed incatenato anonimato.
Jaspers sosteneva che la perla è figlia dell’imperfezione di una conchiglia malata. Come lo è stata calcisticamente parlando San Siro che ha partorito questa perla del calcio moderno che è stato Inter-Barcellona, la tattica da camicia di forza, la sua sconcertante anormalità, la sua perfetta imperfezione che ha appaiato, se non infranto, il mito di quello che sembrava un irripetibile 4-3 di un mondiale lontano, sognato fra le nuvole.
